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SOMMARIO
1. Conformarsi alla maggioranza, obbedire all'autorità:
un possibile confronto
2. Le prime ricerche sull'Autorità
2.1. Il celebre esperimento di Milgram
2.2 Fattori che facilitano od ostacolano la sottomissione:
le variabili dell'esperimento base
 
 

"Tra le tattiche utilizzate dagli americani durante la guerra del Vietnam vi era quella di prendere di sorpresa soldati nemici nascosti nei villaggi effettuando incursioni molto rapide sotto la guida, dall'alto, degli elicotteri. Nel marzo 1968, una di queste azioni che doveva distruggere un battaglione di Vietcong si risolse invece in un massacro della popolazione civile, gli abitanti del villaggio di My Lai.
Contrariamente alle previsioni, infatti, nel paese all'ora programmata non vi erano i combattenti nemici ma solo gli inermi abitanti del villaggio. I soldati americani, guidati dal tenente Calley, massacrarono oltre cinquecento persone, commettendo ogni sorta di atrocità, trucidando spieta-tamente i bambini sotto gli occhi delle madri, violentando le donne. Questo terribile episodio, contrario a ogni regola del codice militare, costituì senza dubbio una delle pagine più nere di quella terribile guerra.
Il tenete Calley fu in seguito condannato dal tribunale militare poiché fu ritenuto il principale responsabile della strage, avendo ordinato ai suoi soldati di sparare e avendo egli stesso ucciso.
La difesa del tenente si fondò sulla sua obbedienza a ordini superiori. Egli sostenne che per un soldato qualsiasi ordine era da considerasi lecito e che il compito di un soldato consisteva proprio nell'eseguire al meglio qualsiasi ordine gli venisse dato.
Per questo motivo, avendo ricevuto l'ordine di eliminare il nemico, egli aveva obbedito, senza soffermarsi a pensare se le persone che si era trovato di fronte erano uomini o donne o bambini ma considerando tutti ugualmente come avversari.
La corte marziale non accettò la difesa di Calley e non condivise la sua interpretazione del dovere militare. Nell'atto di condanna del tenente si fece presente che, se è vero che l'efficacia di un'azione militare dipende dall'obbedienza agli ordini, "l'obbedienza di un soldato non è l'obbedienza di un automa. Un soldato è un essere in grado di ragionare e di rispondere, non una macchina ma una persona" [cit. in Kelman e Hamilton 1989].
Pertanto la legge doveva tener conto di questi fattori nel determinare la responsabilità di azioni compiute per eseguire ordini illegali"
[Mucchi Faina 1996, pp. 42-43].

Questo brano, citato da Kelman e Hamilton nel loro libro intitolato "Crimes of obedience, towards a social psychology of authority and responsability" [1989], e riportato da Mucchi Faina, induce a riflettere su una delicata tematica approfondita da diversi studiosi di psicologia sociale: il concetto di Autorità e la relativa obbedienza a questo particolare tipo di fonte.
Finora, come si è visto, si è posto alla base dello studio sull'influenza sociale la pressione implicita o esplicita esercitata da una maggioranza unanime nei confronti di un singolo individuo. Ciò ha dato luogo ad un filone di studi volti ad analizzare il fenomeno del conformismo, la sua origine, i suoi moventi e le conseguenze che esso produce sia sul piano personale che nel più vasto contesto sociale.
L'autorità, dicevamo, è una forma particolare d'influenza: con essa non occorre la presenza di più persone affinché il singolo si senta fortemente spinto ad agire in sintonia con la fonte. Essa è di norma riconosciuta, dagli altri membri del gruppo o della comunità, ad una particolare persona, che, come evidenzia Turner, esercita un "potere di influenzare (o controllare) fondato su norme sociali, tradizioni, valori e regole" [Turner 1991, in Mucchi Faina op. cit., p. 41].
Entriamo, dunque, in un campo in cui anche un solo individuo, per le qualità ad esso riconosciute, può determinare non solo il pensiero ma persino l'azione dei singoli. Vediamo subito, però, cosa differenzia, in particolare, l'influenza proveniente da un'Autorità rispetto a quella esercitata da un gruppo coeso di persone.
   
 

1. Conformarsi alla maggioranza, obbedire all'autorità: un possibile confronto

Prima di descrivere accuratamente le ricerche che, a partire dagli anni '60, hanno approfondito il tema dell'obbedienza ad una fonte autoritaria, è utile, credo, evidenziare quali sono i termini che contraddistinguono l'adeguamento al modo prevalente di pensare di un gruppo dalla sottomissione all'autorità.
Se entrambe le forme d'influenza sociale comportano, in genere, una modifica del proprio comportamento in direzione della sorgente d'influenza, la pressione alla conformità viene esercitata, nel caso di un gruppo, da persone uguali, che godono dello stesso status del soggetto-bersaglio e che costituiscono pertanto un "gruppo dei pari".
Diversamente, la pressione di una fonte autoritaria viene esercitata da chi si situa in uno stato più elevato, all'interno di una struttura sociale necessariamente gerarchizzata.
Da ciò si conclude, in prima battuta, che mentre la conformità presuppone la "somiglianza", l'Autorità si fonda sulla "diseguaglianza" di ruoli. Altre considerazioni, poi, mettono in luce che se la conformità può prodursi senza che il gruppo desideri esercitare un'influenza o sorvegliare l'individuo (dal momento in cui è questo che, per diversi motivi, tende ad andare d'accordo col gruppo stesso), l'autorità vuole invece volutamente influenzare o controllare la sottomissione del subordinato: la pressione, dunque, diviene chiaramente esplicita.
Un ultimo fattore di distinzione tra le due figure d'influenza riguarda il fatto che chi si conforma adotta sempre un comportamento simile o identico a quello della fonte, mentre chi obbedisce ad un'autorità mette in moto generalmente un comportamento diverso da questa [Levine e Pavelchak, in Moscovici 1986, pp. 26-27].
A conclusione di questo breve quadro teorico, e ai fini di una corretta comprensione del significato sociale ed etico del concetto di Autorità, appare importante sottolineare il fatto che, in qualsiasi contesto umano, dove s'instaurano relazioni comunitarie ed organizzative, l'Autorità esiste ed esisterà sempre, poiché una buona dose di obbedienza a questa (in analogia a quanto sviluppato a proposito della conformità) è un fattore indispensabile per la sopravvi-venza stessa della società.
Tanto è vero che l'educazione all'obbedienza inizia fin dalla nascita attraverso i genitori. Poi prosegue a scuola con gli insegnanti; infine, quando si entra a far parte di strutture politiche, amministrative, sociali, religiose o militari.
Esistono da sempre, infatti, situazioni di gerarchia in cui c'è chi impartisce degli ordini e chi è tenuto ad eseguirli. L'obbedienza, poi, in alcuni casi, è considerata non solo indispensabile ma anche vantaggiosa; con essa, invero, si possono evitare punizioni o ricevere ricompense, e perfino apprendere da chi nella società ha maturato una maggiore esperienza di vita.
Il concetto di Autorità poi come potere non fine a se stesso ma al servizio dell'uomo e della collettività è, infine, novità introdotta già duemila anni fa dal Cristianesimo; novità però che, per quanto accennato, attiene più al campo delle scoperte che a quello delle invenzioni.
L'obbedienza all'Autorità, ovviamente, non esime dal più elementare dovere di discernimento; senza di esso, infatti, l'uomo diventa una macchina e perde in dignità. In alcuni casi, infatti, obbedire all'autorità può comportare conseguenze sociali disastrose, almeno per alcuni membri della società (si veda l'esempio riportato all'inizio di questo sezione).
L'interesse degli psicologi sociali in questo campo si è proprio focalizzato su quei casi in cui, essendosi distorto il fine dell'Autorità che è il servizio, l'obbedienza può risultare dannosa anziché utile al buon funzionamento della società.

2. Le prime ricerche sull'Autorità

Quando si vuole approfondire il fenomeno dell'obbedienza ad una Autorità, non si possono non citare i primi lavori compiuti intorno agli anni '60 da Stanley Milgram , "uno studioso tra i più creativi ed eclettici che la psicologia sociale abbia avuto" [Mucchi Faina op. cit., p. 44].
Milgram, in sostanza, focalizzò l'attenzione su quelle ricerche tese a dimostrare anzitutto come un'autorità "legittima", quale ad esempio, lo scienziato sperimentatore (in qualità di rappresentante di un'istituzione scientifica) possa esercitare esplicitamente, nel contesto di uno o più esperimenti, una pressione sociale nei confronti di un singolo soggetto, impartendogli l'ordine di obbedire.
Da tali ricerche, poi, questo studioso cercò di trarre delle conclusioni di carattere generale in merito al discorso sull'autorità.
I risultati che, come vedremo, verranno presentati attraverso l'esperimento di "base" e le successive varianti ad esso apportate, suscitano ancora oggi notevole interesse, e non soltanto in ambito scientifico. Ecco qui di seguito la descrizione di queste prime indagini.

2.1. Il celebre esperimento di Milgram

La procedura base adottata da Milgram (1974) era incentrata sul reclutamento di 40 soggetti di sesso maschile, di diversa età e livelli socio-professionali, attraverso la pubblicazione di un annuncio pubblicitario sulla stampa. Tale annuncio prevedeva, tra l'altro, un modico compenso più un rimborso spese per i partecipanti all'esperimento, basato sullo studio della memoria e sulla valutazione delle "punizioni" impartite ai soggetti sperimentali ai fini dell'apprendimento.
Questa prima ricerca fu condotta in un laboratorio altamente specializzato, dotato cioè di numerose attrezzature avanzate, presso l'Università di Yale. I partecipanti presentatisi per la ricerca furono accolti e messi al corrente in maniera dettagliata delle finalità da raggiungere. Tutto ciò avrebbe conferito maggiore credibilità all'esperimento messo in atto dallo speri-mentatore.
Lo scopo dell'indagine consisteva in ciò: per ogni prova venivano condotti nella sala da laboratorio due soggetti sperimentali, di cui uno era, in realtà, un collaboratore dello sperimentatore, addestrato a fingere, però, di essere un soggetto ignaro delle vere finalità sottese alla ricerca.
Con piccoli trucchi del mestiere, si cercò di assegnare "a sorte" al soggetto ingenuo la funzione di maestro, che avrebbe avuto il compito di leggere una serie di coppie di parole associate al finto soggetto (il collaboratore dello sperimentatore): per esempio, "cielo/blu", "anatra/ selvaggia", e così via … . Quest'ultimo, di fronte ad un elenco di quattro parole, avrebbe dovuto scegliere poi quella che, per convenzione, era stata associata alle coppie precedenti.
Naturalmente, il trucco consisteva nel fatto che il collaboratore volutamente sbagliava, in quanto, così facendo, il soggetto lo avrebbe dovuto punire, su ingiunzione dello sperimentatore ufficiale, sommini-strandogli delle scariche elettriche (simulate) e abbassando, quindi, di volta in volta e in modo crescente, una delle trenta leve che andavano da 15 volts fino a ben 450 volts.
In questa fase dell'esperimento, inoltre, diverse cose erano state messe a punto affinché tutta la procedura risultasse altamente credibile. Così, le scosse impartite al finto soggetto, seduto su una sedia elettrica, erano ovviamente soltanto apparenti; ma questo, per farle credere vere, simulava il dolore, gridando sempre più man mano che l'intensità delle scosse aumentava all'aumentare del numero degli errori di memoria compiuti.
Così, inoltre, si fece credere al soggetto ingenuo che le scariche venivano realmente conferite, facendolo sedere inizialmente sulla sedia elettrica e somministrandogli una vera scossa d'intensità moderata, pari a 45 volts.
Così, infine, scrivendo sul generatore elettrico, dove erano collocate le 30 leve raggruppate per intensità di scosse, in corrispondenza dei vari gruppi, il tipo di scossa, secondo che fosse "leggera", "moderata", "forte", "intensa", "estremamente intensa", ovvero scrivendo addirittura: "attenzione: scossa con pericolo di morte" (!).
La procedura abituale, rispetto alle varianti successivamente introdotte, prevedeva che il finto soggetto venisse fatto sedere su una sedia elettrica, a sua volta collocata in una stanza adiacente a quella in cui si svolgeva il "vero" esperimento: in questo modo il soggetto sperimentale, al momento dell'abbassamento della leva, udiva a distanza le (false) urla provenienti dal collaboratore.
A partire da 75 volts, poi, quest'ultimo cominciava a gemere; a 120 volts gridava che le scosse erano dolorose; a 135 volts urlava; a 150 volts diceva di non voler continuare più l'esperimento (lo sperimentatore gli chiedeva, però, di continuare lo stesso); a 180 volts gridava di non farcela più; a 270 volts emetteva un grido d'angoscia; a partire da 300 volts, infine, rantolava e non rispondeva più alle domande.
Veniamo ora al punto cruciale della ricerca. Con l'aumentare dell'intensità della scossa emessa, nasceva nel soggetto ingenuo un conflitto sempre più crescente, un forte stato d'ansia, dettato dal fatto di "sentirsi" in dovere di obbedire all'autorità (impersonata dallo sperimenta-tore), che chiedeva, nonostante tutto, di continuare l'esperimento fino alla sua conclusione; conclusione che avveniva solo dopo aver costatato l'ostinato rifiuto del soggetto ad obbedire a molteplici esortazioni fatte dallo sperimentatore.
Lo sperimentatore ingiungeva di continuare l'esperimento, con frasi del tipo "continuate, per piacere", "vi prego di continuare"; "l'esperimento esige che si continui"; "è assolutamente indispensabile continuare"; "non avete scelta, dovete continuare !".
Solo dopo tali esortazioni, un rifiuto ulteriore del soggetto avrebbe interrotto l'esperimento.
Alla fine della procedura, lo sperimentatore rivelava le vere finalità della ricerca, sottolineando l'importanza della finzione come unica via per garantire efficacia e credibilità a quanto si voleva argomentare in proposito.
Ma vediamo, allora, i primi risultati dell'indagine di Yale, considerati ancora oggi, per la loro portata, davvero sorprendenti.
Dopo avere effettuato diverse prove, si è potuto accertare che la scossa massimale media inflitta alle "vittime" dai soggetti obbedienti raggiungeva ben 360 volts (rispetto ai 120 volts appena previsti in un'indagine a campione condotta su studenti, adulti di classe media e psichiatri); ma soprattutto che ben il 62,5%, e cioè due su tre, dei soggetti posti sotto sperimentazione aveva obbedito fino all'ultima scossa di 450 volts (!).
Eppure, quest'ultimo grado d'intensità prevedeva il "pericolo di morte" … . E' possibile allora che una siffatta obbedienza ad un'autorità legittima, che rappresenta in questo caso la scienza nel suo complesso, possa produrre conseguenze così nefaste, pur se fittizie?! [Per l'esperimento cfr. Doise - Deschamps - Mugny op. cit., pp. 144-146].
Come ci ricorda Mucchi Faina, citando la riflessione di un altro studioso [Miller 1986], un problema non secondario dell'indagine risiedeva nel fatto che "l'ansia dimostrata dai soggetti durante l'esperimento fece apparire con chiarezza lo straordinario impatto dell'autorità: un campione di soggetti presumibilmente normali, di "brave persone", era stato indotto ad andare contro i propri princìpi, accanendosi con una vittima che si lamentava, solo per eseguire un ordine che veniva dall'autorità" [1996, p. 46].
D'altronde, come l'esempio riportato all'inizio di questo capitolo ci ha mostrato, un'Autorità che vada contro la vita e la dignità dell'uomo, e non sia al servizio di questo, per quanto possa assumere le sembianze della "legittimità", può considerarsi a tutti gli effetti disumana e, per questo, immorale.
Prima di trarre, comunque, conclusioni di carattere generale sul fenomeno, è opportuno completare il quadro delle ricerche condotte da Milgran, citando i risultati di alcune variabili introdotte successivamente dallo studioso nell'esperimento campione.

2.2 Fattori che facilitano od ostacolano la sottomissione:
le variabili dell'esperimento base


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