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"Tra
le tattiche utilizzate dagli americani durante la guerra del Vietnam
vi era quella di prendere di sorpresa soldati nemici nascosti nei
villaggi effettuando incursioni molto rapide sotto la guida, dall'alto,
degli elicotteri. Nel marzo 1968, una di queste azioni che doveva
distruggere un battaglione di Vietcong si risolse invece in un massacro
della popolazione civile, gli abitanti del villaggio di My Lai.
Contrariamente alle previsioni, infatti, nel paese all'ora programmata
non vi erano i combattenti nemici ma solo gli inermi abitanti del
villaggio. I soldati americani, guidati dal tenente Calley, massacrarono
oltre cinquecento persone, commettendo ogni sorta di atrocità,
trucidando spieta-tamente i bambini sotto gli occhi delle madri,
violentando le donne. Questo terribile episodio, contrario a ogni
regola del codice militare, costituì senza dubbio una delle
pagine più nere di quella terribile guerra.
Il tenete Calley
fu in seguito condannato dal tribunale militare poiché fu
ritenuto il principale responsabile della strage, avendo ordinato
ai suoi soldati di sparare e avendo egli stesso ucciso.
La difesa
del tenente si fondò sulla sua obbedienza a ordini superiori.
Egli sostenne che per un soldato qualsiasi ordine era da considerasi
lecito e che il compito di un soldato consisteva proprio nell'eseguire
al meglio qualsiasi ordine gli venisse dato.
Per questo motivo,
avendo ricevuto l'ordine di eliminare il nemico, egli aveva obbedito,
senza soffermarsi a pensare se le persone che si era trovato di
fronte erano uomini o donne o bambini ma considerando tutti ugualmente
come avversari.
La corte marziale non accettò la difesa di
Calley e non condivise la sua interpretazione del dovere militare.
Nell'atto di condanna del tenente si fece presente che, se è
vero che l'efficacia di un'azione militare dipende dall'obbedienza
agli ordini, "l'obbedienza di un soldato non è l'obbedienza
di un automa. Un soldato è un essere in grado di ragionare
e di rispondere, non una macchina ma una persona" [cit. in
Kelman e Hamilton 1989].
Pertanto la legge doveva tener conto di
questi fattori nel determinare la responsabilità di azioni
compiute per eseguire ordini illegali" [Mucchi Faina 1996,
pp. 42-43].
Questo brano, citato da Kelman e Hamilton nel loro libro intitolato
"Crimes of obedience, towards a social psychology of authority
and responsability" [1989], e riportato da Mucchi Faina, induce
a riflettere su una delicata tematica approfondita da diversi studiosi
di psicologia sociale: il concetto di Autorità e la relativa
obbedienza a questo particolare tipo di fonte.
Finora, come si è visto, si è posto alla base dello
studio sull'influenza sociale la pressione implicita o esplicita
esercitata da una maggioranza unanime nei confronti di un singolo
individuo. Ciò ha dato luogo ad un filone di studi volti
ad analizzare il fenomeno del conformismo, la sua origine, i suoi
moventi e le conseguenze che esso produce sia sul piano personale
che nel più vasto contesto sociale.
L'autorità, dicevamo, è una forma particolare d'influenza:
con essa non occorre la presenza di più persone affinché
il singolo si senta fortemente spinto ad agire in sintonia con la
fonte. Essa è di norma riconosciuta, dagli altri membri del
gruppo o della comunità, ad una particolare persona, che,
come evidenzia Turner, esercita un "potere di influenzare (o
controllare) fondato su norme sociali, tradizioni, valori e regole"
[Turner 1991, in Mucchi Faina op. cit., p. 41].
Entriamo, dunque, in un campo in cui anche un solo individuo, per
le qualità ad esso riconosciute, può determinare non
solo il pensiero ma persino l'azione dei singoli. Vediamo subito,
però, cosa differenzia, in particolare, l'influenza proveniente
da un'Autorità rispetto a quella esercitata da un gruppo
coeso di persone.
1. Conformarsi alla maggioranza, obbedire all'autorità:
un possibile confronto
Prima di descrivere accuratamente le ricerche che,
a partire dagli anni '60, hanno approfondito il tema dell'obbedienza
ad una fonte autoritaria, è utile, credo, evidenziare quali
sono i termini che contraddistinguono l'adeguamento al modo prevalente
di pensare di un gruppo dalla sottomissione all'autorità.
Se entrambe le forme d'influenza sociale comportano, in genere,
una modifica del proprio comportamento in direzione della sorgente
d'influenza, la pressione alla conformità viene esercitata,
nel caso di un gruppo, da persone uguali, che godono dello stesso
status del soggetto-bersaglio e che costituiscono pertanto un "gruppo
dei pari".
Diversamente, la pressione di una fonte autoritaria viene esercitata
da chi si situa in uno stato più elevato, all'interno di
una struttura sociale necessariamente gerarchizzata.
Da ciò si conclude, in prima battuta, che mentre la conformità
presuppone la "somiglianza", l'Autorità si fonda
sulla "diseguaglianza" di ruoli. Altre considerazioni,
poi, mettono in luce che se la conformità può prodursi
senza che il gruppo desideri esercitare un'influenza o sorvegliare
l'individuo (dal momento in cui è questo che, per diversi
motivi, tende ad andare d'accordo col gruppo stesso), l'autorità
vuole invece volutamente influenzare o controllare la sottomissione
del subordinato: la pressione, dunque, diviene chiaramente esplicita.
Un ultimo fattore di distinzione tra le due figure d'influenza riguarda
il fatto che chi si conforma adotta sempre un comportamento simile
o identico a quello della fonte, mentre chi obbedisce ad un'autorità
mette in moto generalmente un comportamento diverso da questa [Levine
e Pavelchak, in Moscovici 1986, pp. 26-27].
A conclusione di questo breve quadro teorico, e ai fini di una corretta
comprensione del significato sociale ed etico del concetto di Autorità,
appare importante sottolineare il fatto che, in qualsiasi contesto
umano, dove s'instaurano relazioni comunitarie ed organizzative,
l'Autorità esiste ed esisterà sempre, poiché
una buona dose di obbedienza a questa (in analogia a quanto sviluppato
a proposito della conformità) è un fattore indispensabile
per la sopravvi-venza stessa della società.
Tanto è vero che l'educazione all'obbedienza inizia fin dalla
nascita attraverso i genitori. Poi prosegue a scuola con gli insegnanti;
infine, quando si entra a far parte di strutture politiche, amministrative,
sociali, religiose o militari.
Esistono da sempre, infatti, situazioni di gerarchia in cui c'è
chi impartisce degli ordini e chi è tenuto ad eseguirli.
L'obbedienza, poi, in alcuni casi, è considerata non solo
indispensabile ma anche vantaggiosa; con essa, invero, si possono
evitare punizioni o ricevere ricompense, e perfino apprendere da
chi nella società ha maturato una maggiore esperienza di
vita.
Il concetto di Autorità poi come potere non fine a se stesso
ma al servizio dell'uomo e della collettività è, infine,
novità introdotta già duemila anni fa dal Cristianesimo;
novità però che, per quanto accennato, attiene più
al campo delle scoperte che a quello delle invenzioni.
L'obbedienza all'Autorità, ovviamente, non esime dal più
elementare dovere di discernimento; senza di esso, infatti, l'uomo
diventa una macchina e perde in dignità. In alcuni casi,
infatti, obbedire all'autorità può comportare conseguenze
sociali disastrose, almeno per alcuni membri della società
(si veda l'esempio riportato all'inizio di questo sezione).
L'interesse degli psicologi sociali in questo campo si è
proprio focalizzato su quei casi in cui, essendosi distorto il fine
dell'Autorità che è il servizio, l'obbedienza può
risultare dannosa anziché utile al buon funzionamento della
società.
2. Le prime ricerche sull'Autorità
Quando si vuole approfondire il fenomeno dell'obbedienza
ad una Autorità, non si possono non citare i primi lavori
compiuti intorno agli anni '60 da Stanley Milgram , "uno studioso
tra i più creativi ed eclettici che la psicologia sociale
abbia avuto" [Mucchi Faina op. cit., p. 44].
Milgram, in sostanza, focalizzò l'attenzione su quelle ricerche
tese a dimostrare anzitutto come un'autorità "legittima",
quale ad esempio, lo scienziato sperimentatore (in qualità
di rappresentante di un'istituzione scientifica) possa esercitare
esplicitamente, nel contesto di uno o più esperimenti, una
pressione sociale nei confronti di un singolo soggetto, impartendogli
l'ordine di obbedire.
Da tali ricerche, poi, questo studioso cercò di trarre delle
conclusioni di carattere generale in merito al discorso sull'autorità.
I risultati che, come vedremo, verranno presentati attraverso l'esperimento
di "base" e le successive varianti ad esso apportate,
suscitano ancora oggi notevole interesse, e non soltanto in ambito
scientifico. Ecco qui di seguito la descrizione di queste prime
indagini.
2.1. Il celebre esperimento di Milgram
La procedura base adottata da Milgram (1974) era
incentrata sul reclutamento di 40 soggetti di sesso maschile, di
diversa età e livelli socio-professionali, attraverso la
pubblicazione di un annuncio pubblicitario sulla stampa. Tale annuncio
prevedeva, tra l'altro, un modico compenso più un rimborso
spese per i partecipanti all'esperimento, basato sullo studio della
memoria e sulla valutazione delle "punizioni" impartite
ai soggetti sperimentali ai fini dell'apprendimento.
Questa prima ricerca fu condotta in un laboratorio altamente specializzato,
dotato cioè di numerose attrezzature avanzate, presso l'Università
di Yale. I partecipanti presentatisi per la ricerca furono accolti
e messi al corrente in maniera dettagliata delle finalità
da raggiungere. Tutto ciò avrebbe conferito maggiore credibilità
all'esperimento messo in atto dallo speri-mentatore.
Lo scopo dell'indagine consisteva in ciò: per ogni prova
venivano condotti nella sala da laboratorio due soggetti sperimentali,
di cui uno era, in realtà, un collaboratore dello sperimentatore,
addestrato a fingere, però, di essere un soggetto ignaro
delle vere finalità sottese alla ricerca.
Con piccoli trucchi del mestiere, si cercò di assegnare "a
sorte" al soggetto ingenuo la funzione di maestro, che avrebbe
avuto il compito di leggere una serie di coppie di parole associate
al finto soggetto (il collaboratore dello sperimentatore): per esempio,
"cielo/blu", "anatra/ selvaggia", e così
via
. Quest'ultimo, di fronte ad un elenco di quattro parole,
avrebbe dovuto scegliere poi quella che, per convenzione, era stata
associata alle coppie precedenti.
Naturalmente, il trucco consisteva nel fatto che il collaboratore
volutamente sbagliava, in quanto, così facendo, il soggetto
lo avrebbe dovuto punire, su ingiunzione dello sperimentatore ufficiale,
sommini-strandogli delle scariche elettriche (simulate) e abbassando,
quindi, di volta in volta e in modo crescente, una delle trenta
leve che andavano da 15 volts fino a ben 450 volts.
In questa fase dell'esperimento, inoltre, diverse cose erano state
messe a punto affinché tutta la procedura risultasse altamente
credibile. Così, le scosse impartite al finto soggetto, seduto
su una sedia elettrica, erano ovviamente soltanto apparenti; ma
questo, per farle credere vere, simulava il dolore, gridando sempre
più man mano che l'intensità delle scosse aumentava
all'aumentare del numero degli errori di memoria compiuti.
Così, inoltre, si fece credere al soggetto ingenuo che le
scariche venivano realmente conferite, facendolo sedere inizialmente
sulla sedia elettrica e somministrandogli una vera scossa d'intensità
moderata, pari a 45 volts.
Così, infine, scrivendo sul generatore elettrico, dove erano
collocate le 30 leve raggruppate per intensità di scosse,
in corrispondenza dei vari gruppi, il tipo di scossa, secondo che
fosse "leggera", "moderata", "forte",
"intensa", "estremamente intensa", ovvero scrivendo
addirittura: "attenzione: scossa con pericolo di morte"
(!).
La procedura abituale, rispetto alle varianti successivamente introdotte,
prevedeva che il finto soggetto venisse fatto sedere su una sedia
elettrica, a sua volta collocata in una stanza adiacente a quella
in cui si svolgeva il "vero" esperimento: in questo modo
il soggetto sperimentale, al momento dell'abbassamento della leva,
udiva a distanza le (false) urla provenienti dal collaboratore.
A partire da 75 volts, poi, quest'ultimo cominciava a gemere; a
120 volts gridava che le scosse erano dolorose; a 135 volts urlava;
a 150 volts diceva di non voler continuare più l'esperimento
(lo sperimentatore gli chiedeva, però, di continuare lo stesso);
a 180 volts gridava di non farcela più; a 270 volts emetteva
un grido d'angoscia; a partire da 300 volts, infine, rantolava e
non rispondeva più alle domande.
Veniamo ora al punto cruciale della ricerca. Con l'aumentare dell'intensità
della scossa emessa, nasceva nel soggetto ingenuo un conflitto sempre
più crescente, un forte stato d'ansia, dettato dal fatto
di "sentirsi" in dovere di obbedire all'autorità
(impersonata dallo sperimenta-tore), che chiedeva, nonostante tutto,
di continuare l'esperimento fino alla sua conclusione; conclusione
che avveniva solo dopo aver costatato l'ostinato rifiuto del soggetto
ad obbedire a molteplici esortazioni fatte dallo sperimentatore.
Lo sperimentatore ingiungeva di continuare l'esperimento, con frasi
del tipo "continuate, per piacere", "vi prego di
continuare"; "l'esperimento esige che si continui";
"è assolutamente indispensabile continuare"; "non
avete scelta, dovete continuare !".
Solo dopo tali esortazioni, un rifiuto ulteriore del soggetto avrebbe
interrotto l'esperimento.
Alla fine della procedura, lo sperimentatore rivelava le vere finalità
della ricerca, sottolineando l'importanza della finzione come unica
via per garantire efficacia e credibilità a quanto si voleva
argomentare in proposito.
Ma vediamo, allora, i primi risultati dell'indagine di Yale, considerati
ancora oggi, per la loro portata, davvero sorprendenti.
Dopo avere effettuato diverse prove, si è potuto accertare
che la scossa massimale media inflitta alle "vittime"
dai soggetti obbedienti raggiungeva ben 360 volts (rispetto ai 120
volts appena previsti in un'indagine a campione condotta su studenti,
adulti di classe media e psichiatri); ma soprattutto che ben il
62,5%, e cioè due su tre, dei soggetti posti sotto sperimentazione
aveva obbedito fino all'ultima scossa di 450 volts (!).
Eppure, quest'ultimo grado d'intensità prevedeva il "pericolo
di morte"
. E' possibile allora che una siffatta obbedienza
ad un'autorità legittima, che rappresenta in questo caso
la scienza nel suo complesso, possa produrre conseguenze così
nefaste, pur se fittizie?! [Per l'esperimento cfr. Doise - Deschamps
- Mugny op. cit., pp. 144-146].
Come ci ricorda Mucchi Faina, citando la riflessione di un altro
studioso [Miller 1986], un problema non secondario dell'indagine
risiedeva nel fatto che "l'ansia dimostrata dai soggetti durante
l'esperimento fece apparire con chiarezza lo straordinario impatto
dell'autorità: un campione di soggetti presumibilmente normali,
di "brave persone", era stato indotto ad andare contro
i propri princìpi, accanendosi con una vittima che si lamentava,
solo per eseguire un ordine che veniva dall'autorità"
[1996, p. 46].
D'altronde, come l'esempio riportato all'inizio di questo capitolo
ci ha mostrato, un'Autorità che vada contro la vita e la
dignità dell'uomo, e non sia al servizio di questo, per quanto
possa assumere le sembianze della "legittimità",
può considerarsi a tutti gli effetti disumana e, per questo,
immorale.
Prima di trarre, comunque, conclusioni di carattere generale sul
fenomeno, è opportuno completare il quadro delle ricerche
condotte da Milgran, citando i risultati di alcune variabili introdotte
successivamente dallo studioso nell'esperimento campione.
2.2 Fattori che facilitano od ostacolano la sottomissione:
le variabili dell'esperimento base
Consulta la tesi integrale su TESIONLINE.IT
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