2.3. Altre variabili
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3. Perché si obbedisce: una spiegazione secondo Milgram
Una volta terminate le ricerche, Milgram cercò
di approfondire il perché le persone obbedissero, in alcuni
contesti, ad altre persone dotate d'autorità; e, supportato
dai numerosi esperimenti compiuti, egli trasse una serie di conclusioni.
Iniziamo col dire che, per Milgram, esistono fonda-mentalmente due
stati psicologici che egli chiama, ri-spettivamente, "stato
di autonomia" e "stato di agente". Quando un individuo
si trova in uno "stato di autonomia" avverte la consapevolezza
e la responsabilità delle sue azioni, perché si serve
della sua coscienza come guida per un comportamento corretto.
Se lo stesso individuo si trova, invece, in uno "stato di agente",
si considera come facente parte di una struttura gerarchica, nella
quale le persone poste gerarchicamente al di sopra di lui (le autorità,
appunto) sono responsabili dei suoi atti, e si serve degli ordini
di tali autorità come guida per un'azione corretta [Milgram
1974, in Moscovici op. cit., p. 46]
Come, infatti, conferma Mugny "lo stato di agente (...) si
caratterizza allora per il fatto che il soggetto si considererebbe
come un agente esecutivo di una volontà sovrana da lui riconosciuta"
[Doise - Deschamps - Mugny op. cit., p. 149]. Ciò lascerebbe
intendere l'instaurarsi di una deresponsabilizzazione del soggetto
e di una responsabilizzazione della struttura sociale a lui sovrastante.
Ecco, quindi, una possibile spiegazione del perché il "soggetto
sperimentale" di Milgram abbia ceduto di fronte ad un'autorità
legittima, impersonata dallo sperimentatore; questo soggetto, infatti,
si considerava, a tutti gli effetti, un "agente dell'istituzione
scientifica", un mero esecutore senza alcuna responsabilità.
Ciò, com'è facile intuire, è stato facilitato
dalla presenza di un altro fattore: la credibilità della
fonte, cioè della scienza; scienza che, da sempre, è
stata considerata un sistema ideologico portatore di una serie di
norme e di valori "universali".
Tornando all'interpretazione di Milgram, si vuole sottolineare,
in modo particolare, il fatto che, quando una persona entra a far
parte di una struttura sociale gerarchica, tende a non considerarsi
più autonoma nelle proprie scelte, e tiene in conto soprattutto
le scelte di chi, in quella struttura, si colloca su un piano più
elevato, come l'autorità, perché considerata più
credibile o anche semplicemente perché dotata di un forte
potere decisionale, capace di conferire "ricompense" o
"punizioni".
I fattori sociali che spiegherebbero tale obbedienza possono essere
molteplici. Per Milgram, come già si è avuto modo
di vedere, non sono soltanto la ricompensa o le punizioni a garantire
la sottomissione, ma anche l'idea di una figura, l'Autorità
appunto, che ci viene trasmessa fin dalla nascita (in famiglia,
a scuola, nel lavoro, e così via).
Ad ogni modo, una volta che ci si trovi nello stato di "agente"
all'interno di una struttura gerarchica, risulta difficile uscirne,
e ciò può essere dovuto alla paura o all'inquietudine
che nasce dalla disobbedienza ad un'autorità legittima [cfr.
Moscovici op. cit., p. 46].
A questo punto, sorge un interrogativo: com'è possibile giungere
al punto da sottomettersi ad una fonte autoritaria, magari immorale,
e non poterne più uscire?
Come rilevano Levine e Pavelchak [Moscovici op. cit.], "i soggetti
utilizzati da Milgram probabilmente non si ritenevano meno morali
di noi, eppure molti di loro hanno effettivamente obbedito (...);
noi non avremmo obbedito agli ordini dello sperimentatore di far
male a una persona innocente (...) Perché noi troviamo (invece)
così difficile ammettere che avremmo fatto altrettanto?".
Una spiegazione plausibile offertaci da Milgram porta a rimarcare
la tendenza che c'è nell'uomo di sopravvalutare il ruolo
dei "fattori interni" alla persona (come il suo sistema
di valori o la sua personalità), e di sottovalutare, nel
contempo, quello dei "fattori esterni" a questo (come
ad esempio la pressione esercitata dal contesto sociale).
"E' difficile immaginare che uno sperimentatore anonimo, cioè
non dotato di alcun potere di ricompensare o di punire, sarebbe
riuscito ad ottenere sul nostro comportamento quello che ottenne
Stanley Milgram. Bisogna rendersi conto che, anche nell'assenza
di concrete sanzioni, un'autorità legittima esercita un grande
potere sui suoi subordinati" [Levine e Pavelchak, in Moscovici
op. cit., pp. 46-47].
Tale atto di presunzione umana, consistente nel sottovalutare la
presenza di una forte pressione sociale attorno a noi, può
produrre conseguenze anche molto gravi, così come è
avvenuto, anche se per finzione, nel laboratorio di Milgram.
Un'ultima riflessione, poi, sul tema dell'obbedienza ci porta a
concludere che, se un'autorità comporta una sottomissione
perché considerata legittima, ciò non vuol dire che
essa diventi per ciò stesso morale.
Il problema non è tanto il trovarsi nello "stato di
agente" affidando la responsabilità delle proprie azioni
alla struttura gerarchica nella quale ci si trova. Chi esercita
un'autorità è giusto che abbia una responsabilità
giuridica e morale maggiore dei propri subordinati. Anche questi,
d'altronde, pur credendo fortemente nel valore della prima, non
dovrebbero perdere la capacità di discernimento, che li invita
a compiere ciò che è buono e a fuggire ogni sorta
di male; nel pieno rispetto di un ordine morale e di un corrispondente
sistema di valori universale che guida l'uomo verso la propria e
l'altrui realizzazione.
In conclusione, ciò che conta non è prendere per buona
qualunque autorità come guida responsabile delle proprie
azioni, valutandone solo la sua legittimità sociale. Occorre,
infatti, integrare tale valutazione con una valutazione più
ampia, che investa l'eticità e, quindi, la liceità
del suo agire in rapporto al raggiungimento di un fine altrettanto
lecito.
4. L'obbedienza incondizionata all'Autorità: lo studio
della personalità autoritaria
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