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1. Alle origini del fenomeno

Quando, in psicologia sociale, si analizza il fenomeno del conformismo, si tende a descriverlo anzitutto come l'influenza originata da una fonte maggioritaria: più comunemente "la maggioranza".
Nella concretezza della vita sociale spesso gli individui si trovano a subire delle pressioni provenienti da altri individui o gruppi che spingono a conformarsi ad alcune idee o a certi modelli di comportamento. Ora, se in taluni casi l'influenza è reciproca, dando luogo così ad una molteplicità di fonti e di bersagli influenzabili, altre volte, invece, può verificarsi che l'influenza si manifesti in una sola direzione: quella espressa dalla maggioranza.
Se in un gruppo, in altre parole, esistono diversità di vedute, di atteggiamenti, è probabile che nasca al suo interno un conflitto; esso spinge, a volte, a cercare un compromesso sul modo di pensare o di agire tra i suoi elementi. Può tuttavia accadere anche l'ipotesi (oggi molto frequente) di scontrarsi, da soli o in minoranza, con idee o stili di vita "omologati", che fanno pressione sui singoli. E' qui che si riscontra il potere della maggioranza, capace, in determinate situazioni, di contrastare chi esprime opinioni o comportamenti differenti.

2. La maggioranza come premessa del conformismo

Ma cos'è la "maggioranza", questa forza capace di spingere gli uomini all'uniformità e di riportare all'"obbedienza" tanti singoli individui? Un chiarimento preliminare s'impone, al riguardo, e cercheremo di darlo ricorrendo ad Alexis de Tocqueville, notissimo scrittore e politologo dell'800.
Nella sua analisi sulla giovane democrazia americana, tesa alla ricerca appassionata delle condizioni che conducono ad una profonda uguaglianza tra tutti gli uomini, egli descrive in questo modo la maggioranza:
"Quando, negli Stati Uniti, un uomo o un partito subisce un'ingiustizia, a chi volete che si rivolga? All'opinione pubblica? è essa che forma la maggioranza; al corpo legislativo? esso rappresenta la maggioranza e le obbedisce ciecamente; al potere esecutivo? ma è nominato dalla maggioranza e la serve come uno strumento passivo; alla forza pubblica? La forza pubblica non è altro che la maggioranza sotto le armi; alla giuria? La giuria è la maggioranza investita del diritto di pronunciare sentenze: i giudici stessi, in certi Stati, sono eletti dalla maggioranza. Per iniqua o irragionevole che sia la misura che vi colpisce, è necessario che vi sottomettiate" [Tocqueville 1968, p. 299].
Dal brano emerge chiaramente il potere di questa forza, che, al limite, diventa dispotismo.
Naturalmente, l'analisi dello scrittore francese va più in profondità. "Tocqueville constata che, in un regime siffatto, l'individuo è felice di considerarsi uguale ai suoi simili, ma che, simultaneamente, è schiacciato dalla loro moltitudine" [Paicheler 1987, p. 75]. La dipendenza dalla maggioranza finisce così per essere il prezzo da pagare per conseguire l'uguaglianza: "In tempi di uguaglianza gli uomini non hanno fede gli uni negli altri per via della loro somiglianza; questa stessa somiglianza, però, dà loro una fiducia pressoché illimitata nel giudizio del pubblico (l'opinione comune, ossia la maggioranza), giacché non è verosimile che, godendo tutti delle medesime conoscenze, la verità non stia dalla parte del numero maggiore […]. Quella stessa uguaglianza che lo rende indipendente da ogni suo concittadino preso singolarmente, lo mette solo e indifeso nelle mani del numero maggiore" [Tocqueville op. cit., p. 498].
Anche Ross si sofferma, come aveva già fatto Tocqueville, sul processo di dipendenza dell'individuo dalla maggioranza, attribuendo ad esso un giudizio negativo. Come nota, infatti, Paicheler, richiamando il suo pensiero, "questa uniformizzazione è anche il processo di alienazione dell'individuo: essa va contro le sue possibilità di scelta; tende a minare l'individualità robusta che permette di (….) rigettare le cattive eventualità e di selezionare le buone, di costruirsi un sé forte e solido, votato alla padronanza di sé e al rispetto dei valori fondamentali" [Paicheler op. cit., p. 75].
Da queste brevi considerazioni viene fuori, quindi, che l'influenza della maggioranza contribuisce spesso e non poco a spegnere le energie creative del singolo, conformandolo a modelli predefiniti del vivere sociale.

3. Conformità e Conformismo: differenti significati

Prima di addentrarci in un'analisi più approfondita del fenomeno, è opportuno rilevare la sottile differenza che intercorre tra "conformità" e "conformismo".
I termini non sono equivalenti, in quanto l'una sta ad indicare in modo generale l'adattarsi a qualcuno o a qualcosa, l'avere forma o aspetto uguale, simile [cfr. Garzanti in Mucchi Faina 1996, p. 9]; mentre l'altro denota "un supino adeguamento al modo di vedere prevalente e, in genere, diverso dal proprio " [Mucchi Faina, ibid.]. Quest'ultima definizione ha, come si vede, connotazione negativa, e riflette maggiormente ciò che oggi pensa l'opinione comune [Mucchi Faina 1998, p. 8]. Sostenere le proprie opinioni, le proprie azioni è sempre più difficile; mentre risulta più facile, per motivi opportunistici o di debolezza, cedere alle pressioni della maggioranza uniformante… .
La distinzione appena operata tra i due concetti è d'obbligo, in quanto, se è il conformismo ad essere posto sul piano d'accusa, una buona dose di conformità mantiene unito e garantisce la sopravvivenza di un sistema sociale [Mucchi Faina op. cit., p. 9].
L'anticonformismo, d'altra parte, se è portatore (in alcuni casi) di maggiore libertà e autonomia individuale, quando è sorretto da basi fortemente ideologizzate e insofferenti a qualsiasi forma di pressione sociale (come nel caso dell'anarchismo), può condurre al rifiuto di ogni norma [Mucchi Faina op. cit., p.115], generando forme più o meno gravi d'instabilità sociale.
Ma come è stato provato dagli psicologi sociali il fenomeno del conformismo?

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Copyright © 2003 Marco Coroniti. Tutti i Diritti Riservati

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