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SOMMARIO
9. Forme di manifestazione del conformismo
10. Conseguenze individuali e sociali del conformismo
11. L'anticonformismo e la reattanza psicologica
 
9. Forme di manifestazione del conformismo

Una volta definiti i moventi e i bisogni che originano un atteggiamento conformista, resta da chiarire quali siano le forme in cui questo fenomeno si manifesta.
Il conformismo può influenzare le opinioni del singolo dando luogo a forme di accettazione, convergenza e compiacenza; può determinare la sua condotta attraverso forme di modellamento e di imitazione; può infine agire sul lato delle emozioni contagiando interi gruppi sociali.
Quando il conformismo penetra in profondità è probabile che si verifichi una vera e propria accettazione delle idee e delle opinioni espresse dalla maggioranza. Ciò, però, non è sempre vero: in alcuni casi, si tende ad accettare il punto di vista di questa senza sottoporlo a una verifica accurata, e a prenderlo così per buono solo in quanto è "espressione della maggioranza". Questa forma di ragionamento, come ci fa notare Mucchi Faina, prende il nome di "euristica del consenso" [1998, p. 75].
A prescindere da ciò, comunque, quando si accetta un'idea altrui, lo si fa perché si ritiene che la fonte da cui essa proviene sia credibile; e per credibilità va intesa non soltanto la "competenza" a questa riconosciuta, ma anche la sua "affidabilità", cioè la percezione di un corretto utilizzo della competenza, senza distorsioni.

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Quando un individuo, per esempio, si iscrive ad un club dove si praticano giochi di carte, cercherà di apprendere le tecniche migliori e i "segreti" per compiere le mosse vincenti, e perciò avrà come riferimento il modo di pensare e di agire condiviso dai membri del club: tali membri rappresentano per lui una fonte credibile in questi giochi, in quanto sono competenti ma anche affidabili, poiché non c'è motivo di dubitare delle loro intenzioni, salvo prova contraria.
Adottare poi le "tecniche migliori", quelle utilizzate dal gruppo, significa in pratica escludere a priori eventuali tecniche alternative. Ciò è alla base del cosiddetto processo di "convergenza", che, portando a considerare solo il punto di vista prevalente, limita nei fatti le capacità creative del singolo.
Talvolta, il conformismo può far presa sulle opinioni di un soggetto soltanto in maniera superficiale. Della "compiacenza" si è già parlato in precedenza, trattando i livelli d'influenza sociale di Kelman (p. 36). Appare tuttavia importante svolgere le ulteriori considerazioni che seguono.
La compiacenza, di regola, ha breve durata, in quanto, a lungo andare, non è facile sostenere una posizione di incoerenza tra ciò che si è in pubblico e ciò che si fa privato. Ciononostante, in presenza di una delle due condizioni che seguono, può verificarsi che questa forma meno profonda di conformismo si consolidi.
Vediamo la prima: "quando un individuo ha effettuato una scelta (in questo caso quella di compiacere il gruppo) la sua preferenza per la scelta effettuata si rafforza, mentre tutte le informazioni discordanti e le possibili alternative perdono d'interesse" [op. cit., p. 80].
Ciò si verifica, in particolare, quando un problema presenta ambiguità o non ne sono noti tutti i termini. Il soggetto utilizza allora tale ambiguità ricostruendo i fatti in modo tale da giustificare la sua posizione in favore della maggioranza.
Tale fenomeno, molto frequente nella realtà sociale, prende il nome di "giustificazione a posteriori" del comportamento assunto, e, dando luogo ad una trasformazione della compiacenza in accettazione, permarrà fino a prova contraria.
   
 


Il secondo motivo che può consolidare nel tempo la compiacenza risiede nel fatto che, quando si effettua una scelta pubblicamente, di fronte cioè ad altre persone, ci si sente obbligati a mantenerla quasi come fosse un impegno preso. Com'è facile intuire, ciò accade perché "apparire incoerente, mutevole o debole può essere considerato dal gruppo in modo negativo e, pertanto, un individuo che vuole dare agli altri un'immagine positiva di sé si sente impegnato a mantenere la posizione assunta" [op. cit., p. 82].
Il conformismo può poi svilupparsi anche mediante il fenomeno del "modellamento".
Modellarsi ad un altro significa in sostanza prendere questo come riferimento e imitarlo nei suoi comportamenti.
Il fenomeno del modellamento, molto frequente nelle relazioni sociali, può manifestarsi in modo consapevole; come avviene, ad esempio, nell'età adolescenziale, , dove si tende ad identificarsi con un particolare "idolo", che con il suo speciale "look" funge, appunto, da modello nei confronti di molti giovani.
Ci si può, tuttavia, modellare ad altri anche in modo del tutto inconsapevole e automatico. Accade spesso, infatti, che, durante la proiezione di un film comico, per esempio, si metta in moto una risata collettiva non sempre prodotta in relazione ad una battuta più o meno originale dell'attore, ma più genericamente associata al divertimento generale del pubblico, il che conduce all'adeguamento anche quando non si vuole.
Una tecnica utilizzata con cognizione di causa in televisione è quella delle "risate preregistrate" che accompagnano alcuni tipi di telefilm comici: con esse si vuole stimolare la risata forzatamente, anche in persone che oppongono resistenza. Come rileva Mucchi Faina, "è stato dimostrato, infatti, che con questo sistema il pubblico ride più a lungo e più spesso di quanto non farebbe, soprattutto quando il programma e l'umorismo sono di qualità scadente" [op. cit., p. 84]

Tornando in generale al modellamento, occorre ricordare che, perché si produca, occorre la simultanea presenza di due elementi: l'ammirazione incondizionata per il modello di riferimento e la somiglianza a questo (l'appartenenza cioè alla stessa categoria sociale o alla stessa età). Collocandosi ora sul piano sociale, è possibile constatare come questa tecnica venga utilizzata dai mass media per spingere gli individui ad imitare alcuni modelli televisivi.

Ciò può favorire, a seconda del contenuto del messaggio, comportamenti pro-sociali (si ricordi, per esempio, l'utilizzo alquanto recente della "pubblicità progresso") o altamente distruttivi per la persona e per gli altri (come programmi che incitano, già in età giovanile, ad assumere atteggiamenti violenti).
Un ricercatore e sociologo americano, David Philips [cfr. Mucchi Faina 1998, p. 86], dopo una lunga serie di indagini, ha potuto verificare che singoli casi di suicidio, amplificati enormemente dai mezzi di comunicazione, possono indurre con elevata probabilità all'aumento di "suicidi imitativi" nel periodo immediatamente successivo all'evento.
Naturalmente, occorre rilevare una necessaria predisposizione di partenza da parte dell'imitatore a compiere un simile gesto; gesto che, in ultima analisi, attende soltanto un "incoraggiamento" proveniente dall'opinione pubblica (impersonata dai mass media).
Un'ultima forma di manifestazione del conformismo concerne i sentimenti di una persona, quando mette in atto vere e proprie situazioni di contagio emozionale di massa.
Un meccanismo del genere può aver luogo anche in contesti semplici: si pensi, per esempio, alla sala di attesa di uno studio medico, nella quale un soggetto aspetta di effettuare un esame importante, di cui non si conoscono le procedure. Se nella stessa sala vi è un'altra persona il cui comportamento denota un forte stato d'ansia, è probabile che tale stato venga trasmesso anche al primo soggetto, che, percependolo, è portato a supporre che l'esame debba essere quanto meno fastidioso se non doloroso, e, per questa via, tende a manifestare gli stessi sentimenti.
Quando si parla invece di contesti più allargati, ci si riferisce spesso al contagio emozionale prodottosi in situazioni di "folla".
La moderna psicologia sociale, però, prende su tale tematica le distanze dalle concezioni irrazionalistiche dei primi psicologi ottocenteschi, sottolineando che alla base del contagio emozionale delle folle non vi è tanto la suggestionabilità collettiva, ma una capacità del singolo di interpretare (come si è visto nell'esempio precedente) le emozioni che vengono a lui trasmesse da altri attraverso le espressioni facciali o i comportamenti.
Ciò lascia intendere che anche dietro i sentimenti può nascondersi un ragionamento, frutto di un'elaborazione dell'informazione proveniente da altre persone.
Questa considerazione, comunque, non vuol togliere efficacia alla enorme capacità di espressione della folla, che, in particolari contesti, può agire producendo effetti devastanti sul piano sociale, in base a un'escalation di sentimenti collettivi [op. cit., pp. 87-92].

10. Conseguenze individuali e sociali del conformismo

Volendo tirare le somme di un così vasto fenomeno, oggetto di studi per anni da parte di molti studiosi di psicologia sociale, è opportuno considerare quali possano essere, in ultima analisi, le conseguenze che esso produce sul piano individuale e su quello collettivo.
Come avvertono Levine e Pavelchak [Moscovici 1986, p. 47], occorre però sfatare quella credenza comune ed erronea che il conformarsi produca conseguenze soltanto negative. E' necessario, in proposito, riprendere la distinzione tra conformità e conformismo, per approvare l'una e respingere l'altro: "una certa dose di ragionevole conformità (…) non può - infatti - che costituire un fattore di tranquillità per l'individuo, rassicurandolo circa la sua appartenenza alla comunità, il suo essere accettato dagli altri, l'appropriatezza del suo comportamento o del suo modo di pensare" [Mucchi Faina 1998, p. 99].
La conformità, inoltre, semplifica e quindi facilità la comprensione di una realtà sociale ben complessa, consentendo di misurarsi con altri individui, dotati a volte di maggiori conoscenze rispetto ad un determinato tipo di problema. Tale processo, poi, come abbiamo già visto, può costituire un'utile strategia per coloro che desiderano essere stimati e accettati dal gruppo.

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Ma è possibile riscontrare gli effetti positivi prodotti dalla conformità persino nel più vasto ambito sociale, nella formazione dei gruppi sociali: "(…) la conformità alle norme fondamentali è essenziale se i membri del gruppo devono avere delle interazioni senza urti e se il gruppo nel suo insieme deve sopravvivere e tendere ai suoi scopi" [Levine e Pavelchak in Moscovici op. cit., p. 48].
La conformità, dunque, agisce come fattore di coesione e di integrazione sociale. La società non può reggersi sulla continua disobbedienza alle sue regole comunitarie.
Occorre considerare poi che persino la stessa compiacenza, considerata la forma più squalificata di conformismo, può risultare in alcuni casi vantaggiosa: chi non ha, per esempio, la capacità di opporsi, perché debole, ad un'autorità ingiusta, può nascondersi temporaneamente dietro tale forma, cogliendo poi il momento più opportuno per uscire allo scoperto e dar luogo, con l'intervento di altri, ad effettivi cambiamenti sociali, che da solo non avrebbe mai pensato di poter determinare.
Esistono, in sintesi, fondate ragioni per ritenere che la conformità sia un'esigenza imprescindibile dell'intera comunità umana.
Se la distinzione terminologica è d'obbligo, lo è perché, ben diversamente dalla conformità, il conformismo, inteso come adesione tendenzialmente acritica alla posizione della maggioranza, ha delle conseguenze fortemente negative, sia per il singolo che per la società.
Per il singolo, il conformismo può provocare, innanzi tutto, un abbassamento del livello di autostima che lo conduce sempre più a dipendere dagli altri; poi, una forte limitazione delle capacità creative, della propria autonomia e della propria identità; infine, e secondo alcuni studiosi [cfr. Moscovici op. cit., p. 47], accusa il danno che deriva allorché viene tacciato di servilismo, diversamente da coloro che, invece, riescono a farsi rispettare per il loro coraggio nell'allontanarsi dal consenso del gruppo. E' vero infatti che, anche il deviante può, per paradosso, essere maggiormente stimato di chi obbedisce ciecamente.
Sul piano sociale, poi, il conformismo può originare un particolare fenomeno noto come "pensiero di gruppo": tale fenomeno "è il risvolto negativo della coesione, il risultato di un conformismo collettivo che deriva, non da un reale accordo, bensì da ragioni di carattere superiore che spingono i membri del gruppo a mettere in secondo piano le loro idee personali". Ciò che conta, in questo caso, è "mostrare uno spirito di corpo, dar prova di compattezza (…)" [Mucchi Faina op. cit., p. 100].
Ora, se questo fatto può apparire, in alcuni casi, utile per giungere al più presto ad una decisione unanime del gruppo, in altri casi può invece produrre gravi conseguenze.
Mucchi Faina racconta, per esempio, come il pensiero di gruppo può portare al fallimento di una missione militare, come quella americana a Cuba, di cui vi è citazione in un libro scritto da Arthur Schlesinger, assistente e consigliere del Presidente Kennedy durante quel periodo: " (…) nel 1961, il governo americano giunse alla decisione d'intraprendere l'invasione di Cuba, un'azione che si risolse in un clamoroso insuccesso. In particolare, Schlesinger ricorda di essere stato personalmente contrario a quella operazione, si rammarica di aver taciuto durante le riunioni decisive avvenute nella sala del Consiglio dei ministri e giustifica il suo comportamento affermando che "l'impulso a denunciare a chiare note l'assurdità del progetto era completamente inibito dalle circostanze in cui si svolsero le discussioni". La volontà del gruppo di mostrarsi coeso e di arrivare al più presto a una decisione unanime era tale che Schlesinger non riuscì ad esprimere le sue pur forti riserve: nel Consiglio dei ministri americano si era attivato il pensiero di gruppo" [op. cit.].
Un ulteriore conseguenza sociale prodotta dal conformismo è la presenza di un'escalation di com-portamenti collettivi estremizzati e violenti che si verificano nel momento in cui si mette in moto un processo di "conformità superiore di sé", come descritta precedentemente in questo lavoro (p. 98). Qui basti risottolineare che tale processo nasce da un conformismo esasperato alla norma, noto anche come "ultraconformismo", allo scopo di differenziarsi dagli altri membri del gruppo e preservare la propria individualità.
Un'ultima considerazione resta da fare a proposito di un fenomeno che può dar luogo a risvolti sociali piuttosto seri: "l'ignoranza pluralistica" [Latanè e Darley 1970; Cialdini 1993; cit. in Mucchi Faina 1996, p. 21]. Per definizione essa si ha quando "più individui percepiscono una discrepanza tra la norma sociale vigente e il proprio modo di pensare, dando al tempo stesso per scontato che gli altri siano invece in sintonia con tale norma" [Mucchi Faina op. cit., p. 121].
L'ignoranza pluralistica denota dunque un "atteg-giamento conformista per errore", e cioè l'identificazione erronea da parte del singolo delle norme sociali preesistenti. Si è estremamente convinti che vi sia in atto un'unanimità sociale al rispetto della norma sociale che, invece, non sussiste.
Ma il doversi conformare sulla base di questa falsa convinzione genera non pochi problemi: "persone che non intervengono in aiuto di una donna che viene pubblicamente violentata, avventori di un bar che sembrano non accorgersi che un ladro sta rubando i soldi dalla cassa, passeggeri di un mezzo pubblico che fingono di non sentire gli insulti che un gruppo di teppisti indirizza al giovane immigrato (…)", sono alcuni esempi di situazioni che nascono non sempre dalla paura o dall'indifferenza, ma anche dalla certezza (erronea) che la norma condivisa dagli altri sia quella giusta, e che pertanto "invita" a non prendere in seria considerazione un particolare problema.
Continua Mucchi Faina: "quando devono fronteggiare una situazione di emergenza, le persone cercano, in genere, di mostrarsi con i nervi saldi, lucide e controllate, perché non vogliono dare l'impressione di essere eccessivamente emotive, di lasciarsi trascinare dalle emozioni; si tratta di un'apparenza, tuttavia, perché, in realtà, sono tutte molto colpite e impressionate dall'evento a cui assistono" [1998, p. 108].
Il problema è che questa apparente tranquillità lascia credere ad ogni individuo che la situazione presentatasi sia meno grave di quello che si pensi, e ci si astiene quindi dall'intervento.
Talvolta, poi, la situazione si presenta grave agli occhi di tutti, ma subentra un altro fenomeno ad impedire l'intervento: la diffusione di responsabilità [Wallach et al. 1964, in Mucchi Faina 1996, p. 21]. Con essa si vuole sottolineare che il senso di responsabilità individuale nel porre rimedio, in un particolare episodio, tende a diminuire notevolmente quando si è in presenza di altre persone: ognuna, infatti, sente meno necessario intervenire in quanto le altre potranno farlo al suo posto.
Un ultimo esempio può confermare come si presenta, nelle situazioni più comuni, il conformismo per errore: esso può verificarsi in un'aula scolastica o universitaria quando si ascolta una lezione incomprensibile tenuta da un docente. Questi, al termine della lezione, chiederà agli studenti se vi sono eventuali chiarimenti da dare. Il silenzio generale che ne consegue non sta probabilmente a sottolineare la comprensione della lezione, ma, più verosimilmente, deriva dalla falsa convinzione che si è soli a non averla capita, mentre non è affatto così. In tal modo si tace, per non consentire ad altri quel giudizio negativo su di sé che possa far calare il proprio livello di autostima [Mucchi Faina op. cit., pp. 121-122].

11. L'anticonformismo e la reattanza psicologica

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