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SOMMARIO
10. Una nuova visione dell'influenza sociale:
verso lo studio delle minoranze attive
11. Tratti caratteristici delle minoranze
12. Le condizioni base per l'splicarsi dell'influenza minoritaria
 

10. Una nuova visione dell'influenza sociale:
verso lo studio delle minoranze attive

M.R. Aquaro, una studiosa di psicologia sociale, nel suo articolo "Influenza sociale: conformismo contro minoranze attive?" [cfr. Riv. di Psicologia Contemporanea 1986, pp. 56-60], ci ricorda che, se si chiedesse alla gente comune che cosa si intenda per "influenza sociale", essa risponderebbe con alta probabilità che si tratta del "modo in cui una persona adotta le idee e i comportamenti degli altri, adeguandosi a dei modelli imposti da un gruppo o, più in generale, dalla società". Difficilmente, invece, penserebbe ad un processo che si svolga in direzione opposta, un processo attuato cioè da singoli individui che si oppongono al modo di pensare e di agire prevalente, introducendo così una "innovazione" nel tessuto sociale, preludio, questo, al più generale cambiamento sociale.
In effetti, la stessa psicologia sociale ha fatto da sempre convergere i suoi sforzi su un particolare tipo d'influenza sociale, la conformità, come dimostrano i numerosi studi di Asch, Crutchfield e Allen negli anni '50-'60 [Moscovici 1986, pp. 50-51]. Gli esperimenti di Asch, in particolare, "sono stati considerati per molto tempo la base empirica suffragante molte teorie sulla passività dell'individuo, sulla sua pronta disponibilità ad abbandonare i suoi personali punti di vista per adottare quelli di una maggioranza unanime, di un gruppo a lui contrapposto" [Aquaro in Psicologia Contemporanea op. cit., p. 58].
Queste teorie, muovendosi in una logica funzionalista, considerano di primaria importanza l'adeguamento, da parte degli individui, ad una realtà sociale che si suppone "predeterminata", e considerano dunque l'influenza sociale come quel processo in grado di mantenere e rafforzare il controllo sociale.
   
 


Un processo d'influenza siffatto, poi, non solo si propone di ridurre le divergenze tra gli individui, imponendo così una visione uniforme della realtà, ma anche considera colui che prende le distanze dal gruppo o dalla maggioranza semplicemente come un "deviante", e non anche come una persona in grado di apportare delle novità nel contesto sociale.
Come infatti rileva Moscovici, "(...) poiché si suppone una realtà uniforme e identica per tutti, gli individui, il cui comportamento obbedisce alla pressione verso la confor-mità, saranno ricompensati in quanto sono efficienti ed adattati all'ambiente. Al contrario, gli individui, il cui comportamento non obbedisce alla pressione verso la conformità, saranno giudicati devianti, inefficaci, disadattati" [Moscovici op. cit., p. 51].
Com'è facile intuire, questa forma di ragionamento ha un limite vistoso; perché se è vero che la conformità rimane un fattore essenziale alla sopravvivenza di ogni tipo di formazione sociale, quando attiene al campo della difesa dei valori morali autentici e universali (quali la vita, la famiglia, la dignità della persona), qualificare l'espressione di idee o atteggiamenti minoritari quali pure e semplici forme di devianza significa precludere per il resto ogni possibilità di rinnovamento dell'esistenza umana; e una società che non è in grado di rinnovarsi è destinata a perire.
Non è un caso, infatti, come ci mostra sempre Aquaro, che nel corso della storia la società spesso si evolve (e per questo continuamente "rinasce") attraverso innovazioni prodotte nel tessuto sociale da pochi individui che "si fanno propugnatori di idee e comportamenti opposti a quelli dominanti nella società" [Aquaro, in Psicologia Sociale op. cit., p. 58]. Se la storia pertanto rende omaggio di ciò, fermarsi ad una concezione "unidirezionale" dell'influenza (cioè della maggioranza verso la minoranza) significa avere una visione riduttiva del contesto sociale.
Con le loro prime ricerche sulla possibilità d'influenza delle minoranze, condotte nel 1967, Faucheux e Moscovici hanno dimostrato che l'influenza sociale è un processo "simmetrico", e non "asimmetrico", come sostenuto in precedenza; perché anche le minoranze possono influire notevolmente, se ricorrono alcune condizioni, al pari dei gruppi maggioritari.
Da ciò scaturisce la detronizzazione del postulato tradizionale che vede l'influenza come funzione del potere o della dipendenza dalla maggioranza. Aquaro ci ricorda infatti che "se ciascun membro del gruppo, indipendentemente dalla sua posizione, deve essere, ora, considerato come sorgente potenziale d'influenza (come testimoniano le ricerche che approfondiremo), ne deriva che il successo dei tentativi d'influenza non dipende dalla consistenza numerica, né dallo status della fonte" [Aquaro, in Psicologia Contemporanea op. cit., p. 59].
E' questa la logica che sta alla base del modello interazionista (o di negoziazione dei conflitti), nel quale l'influenza non solo è simmetrica ma è anche concepita come "funzione del cambiamento sociale"; cambiamento che scaturisce appunto dai conflitti prodotti da sorgenti minoritarie e negoziati con la maggioranza, in virtù del principio che "ogni entità in gioco è o può essere contemporaneamente fonte e bersaglio" [Mugny 1980, in Doise - Deschamps - Mugny op. cit., p 179].

11. Tratti caratteristici delle minoranze

Prima di mettere a fuoco gli elementi che con-traddistinguono una minoranza nel corso di un processo d'innovazione, Moscovici ci propone un chiarimento su due termini fondamentali nell'approccio a questo studio: il concetto d'innovazione e quello stesso di minoranza [Moscovici op. cit., p. 54].
Innovare, come spiega l'autore, significa introdurre o creare idee nuove, modi di pensare o di comportarsi, o modificare idee ricevute da altri, atteggiamenti tradizionali, antichi modi di pensiero e di comportamento [op. cit.]. Tale definizione, come si vede, non appare però sufficientemente precisa nei confronti dell'agente del processo d'influenza, cioè la minoranza, il vero artefice del processo d'innovazione.
In linea generale, quando si parla di "minoranze" (così come di maggioranze) tra gli psicologi sociali, si tende a descriverle in base a parametri quantitativi: la minoranza viene concepita come "una piccola frazione o un piccolo numero (un numero inferiore alla metà del totale) di individui che condividono certe opinioni, certi giudizi, certi valori o certi comportamenti, i quali differiscono da quelli che sono condivisi dalla frazione più numerosa (la maggioranza) di qualche gruppo più rilevante di riferimento" [op. cit.].
Il concetto di minoranza appena delineato, continua l'autore, non può, però, essere considerato in modo assoluto, ma relativo: la complessità del sociale, infatti, fa sì che alcuni individui, posti in alcuni sottogruppi di una collettività, figurano come agenti minoritari, mentre gli stessi, posti in altri sottogruppi, figurano come agenti maggioritari.
Si può, infatti, appartenere ad un "gruppo di studenti" che è, per esempio, favorevole come noi all'abolizione della pena di morte, ma si può anche far parte di un "gruppo di intimi amici" che, su tale tematica, si dimostra contrario. Come considerarsi allora, in relazione a questo argomento? Si è in minoranza o in maggioranza?
Per questo Moscovici sottolinea la non assolutezza di del concetto di minoranza espresso, in quanto va posto in relazione ad un qualche gruppo di riferimento notevole o in relazione a qualche rilevante realtà sociale [op. cit.].
Tornando quindi all'esempio, se quel gruppo di studenti fa parte di un più vasto gruppo che ha opinioni favorevoli all'abolizione della pena di morte, allora si potrà parlare di quella come di una posizione maggioritaria. Se, invece, è il gruppo degli intimi amici a far parte di un contesto omogeneo più vasto, la stessa posizione verrà considerata minoritaria.
Premesso ciò, veniamo ora ai tratti salienti che caratterizzano la minoranza. Il primo elemento, forse il più importante, denota il livello di attività o di passività delle minoranze all'interno di un gruppo o nella società. Come ricorda Moscovici, "è la presenza o l'assenza di una posizione, d'un punto di vista coerente, d'una norma propria - cioè il suo carattere nomino o anomico - che fa d'una minoranza o di un deviante un partner attivo o passivo nei rapporti sociali" [Moscovici op. cit., p. 55].
In altre parole, una minoranza "nomica" è una minoranza che mantiene ferma la sua adesione ad una norma e la difende tenacemente; mentre la minoranza "anomica" è quella che fonda la sua protesta unicamente sulla trasgressione alla norma dominante, senza una contronorma da opporre a quella maggioritaria [Aquaro, in Psicologia Contemporanea op. cit., p. 59]. L'una è propositiva, l'altra è distruttiva.
La minoranza anomica dunque "appartiene a un sottogruppo che manca di norme o di risposte proprie (...)", mentre "(...) quella nomica adotta e proclama una norma di ricambio, una controrisposta che risponde meglio della norma vigente e dominante alle sue credenze, ai suoi bisogni o alla realtà effettiva" [Moscovici op. cit., p. 56].
A distinzione fatta, è possibile sottolineare che oggetto di questo studio sarà la minoranza nomica, ossia quella "attiva", capace di persuadere della giustezza delle sue posizioni.
Soffermandoci allora sulle minoranze nomiche, è possibile prendere in considerazione un secondo tratto caratteristico di esse: un gruppo minoritario può essere "ortodosso o pro-normativo" ovvero "eterodosso o contro-normativo". Il primo gruppo rappresenta una forma impropria di minoranza, in quanto esso si sposta, per paradosso, nella stessa direzione della norma dominante, ma esasperandola. Basti pensare, ad esempio, al fenomeno dell'integralismo religioso, il quale è originato appunto da minoranze "pro-normative". Il secondo gruppo, invece, va contro la norma dominante, a cui oppone una ben precisa norma minoritaria.
Un ultimo tratto distintivo delle minoranze è la loro visibilità e il loro riconoscimento sociale. Per Moscovici non basta l'esistenza di fatto di una minoranza; occorre che essa si renda visibile all'opinione pubblica per quello che fa, e che sia quindi "motivata a ottenere, preservare o anche accrescere la propria visibilità, a far conoscere la propria esistenza dalla maggioranza" [op. cit., p. 57].
Il riconoscimento sociale della sua esistenza è poi indispensabile; perché è sulla base di esso che una minoranza può attendersi che altri vengano influenzati dalla sua azione.

12. Le condizioni base per l'esplicarsi dell'influenza minoritaria

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