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12.1. La consistenza come stile di comportamento:
l'esperimento sulla percezione dei colori blu/verde
Quando si discute sullo stile di comportamento,
si vuole innanzi tutto evidenziare un concetto che "si rapporta
all'organizzazione del comportamento e delle opinioni, allo svolgimento
e all'intensità della loro espressione: in una parola, allo
loro "retorica"" [Moscovici op. cit., p. 62]. Gli
stili di comportamento, e in particolare la consistenza, vengono
considerati essenziali dagli psicologi sociali e posti alla base
di un efficace processo d'influenza sociale, a prescindere, in genere,
dal tipo di fonte, maggioritaria o minoritaria [Doise - Deschamps
- Mugny 1980; Moscovici 1986; Mucchi Faina 1996].
Lo stile che qualifica per eccellenza l'esercizio dell'influenza
di una minoranza attiva è, appunto, la consistenza. Secondo
Moscovici, "la consistenza del comportamento ne può
designare molte forme che vanno dalla ripetizione persistente d'una
affermazione particolare - evitando ogni dichiarazione contraddittoria
- fino alla elaborazione di un sistema di prove logiche" [Moscovici
op. cit., p. 63]. In sintesi, una minoranza che dà prova
di consistenza adotta uno stile di comportamento coerente, fermo
e tenace.
La consistenza poi si esprime secondo due diverse modalità:
la consistenza "sincronica o sociale", che definisce l'unanimità
di risposte date dai membri di una minoranza (consenso); e la consistenza
"diacronica o interna", che si distingue per il mantenimento
sistematico da parte della minoranza di una particolare risposta
nel tempo e nello spazio [Doise - Deschamps - Mugny op. cit., p.
172].
L'impatto sociale delle minoranze dipende in buona sostanza da queste
due differenti modalità. Quantunque esistano altri stili
di comportamento, più o meno efficaci, che pongono in atto
un processo d'influenza, quali: l'"investimento", che
mostra come l'individuo o il gruppo sia impegnato nello scopo perseguito
anche a costo di sacrifici personali; l'"autonomia", intesa
come indipendenza di giudizio e di atteggiamento; l'"equità",
ossia l'attenzione imparziale anche a posizioni diverse dalle proprie;
e infine la "rigidità", di cui si parlerà
più specificatamente avanti, che si manifesta come rifiuto
di accettare qualsiasi tipo di compromesso [Mucchi Faina 1996, p.
68].
Tornando allo stile di comportamento più rilevante, la consistenza,
va detto subito che essa fu studiata nei primi esperimenti, considerati
come "paradigma classico" dell'influenza minoritaria;
gli studi, condotti da Moscovici, Loge e Naffrechoux (1969), attenevano
alla percezione dei colori all'interno di un gruppo sperimentale
di studentesse.
La prova, in poche battute, consisteva in ciò: i soggetti
erano semplicemente invitati a dare risposte orali sui colori da
essi percepiti attraverso la proiezione di alcune diapositive, e
sulla loro luminosità, con l'aiuto di una scala a sei punti.
Vennero così proiettate 6 diapositive per 6 volte, variandone
l'ordine sistematicamente: ogni soggetto doveva pertanto esprimere
complessivamente 36 giudizi.
Per conferire maggiore veridicità alla prova, le studentesse
furono sottoposte ad un test d'ingresso (il test di Polack), che
misurava il grado di percezione visiva dei colori. Furono così
escluse quelle che presentavano anomalie visive, come una cattiva
percezione della vista o daltonismo.
Dopo tale test, incominciava la seduta sperimentale. Vennero stabilite
due condizioni: quella di controllo, nella quale partecipavano 6
soggetti ingenui, e quella sperimen-tale, in cui erano presenti
due collaboratori dello sperimentatore, addestrati a dare lo stesso
tipo di risposta in tutte le fasi della prova, e 4 soggetti ingenui.
La ricerca partiva dal presupposto che la percezione del colore
fondamentale delle diapositive fosse "oggettiva-mente"
il blu, così come del resto, avevano percepito "naturalmente"
i soggetti ingenui nella fase di controllo.
Nella condizione sperimentale, invece, mentre i soggetti ingenui
percepivano sempre, nelle prime risposte, il colore delle diapositive
come blu, la minoranza formata dai due collaboratori giudicava invariabilmente
verde il colore di tutte le diapositive.
In una seconda condizione sperimentale, poi, i collaboratori furono
addestrati nel rispondere "verde" in 2/3 delle proiezioni
e "blu" nell'altro terzo (quindi, 24 diapositive verdi
e 12 blu). Quest'ultima condizione testimoniava della "inconsistenza"
del giudizio della minoranza, a fronte di un giudizio "consistente"
reso nella condizione sperimentale precedente.
In ogni condizione, infine, l'esperimento terminava con un'intervista
post-sperimentale relativa alle caratte-ristiche degli stimoli (come,
ad esempio, il numero di sfumature percepite) e all'immagine che
i soggetti si erano costruiti dei collaboratori e di se stessi (capacità
percettive, sicurezza e così via).
I risultati della ricerca mostrarono dati molto interessanti: nella
condizione di controllo (cioè nella condizione senza manipolazione
sperimentale) il colore percepito dai soggetti fu senza alcun dubbio
il blu, così come si era previsto scientificamente. Un solo
soggetto, erroneamente, aveva riferito verde il colore di una sola
diapositiva (0,25%) sul totale delle risposte: dato, questo, molto
trascurabile.
Nelle due condizioni sperimentali, invece, i dati concernenti le
risposte verdi furono rispettivamente dell'8,42% e dell'1,25% sul
totale delle risposte date. Ciò portò a concludere
Moscovici e collaboratori che la minoranza aveva prodotto, nella
prima delle due condizioni, un'influenza non indifferente, grazie
alla sua consistenza, alla ferma adesione cioè di rispondere
in tutte le prove "verde"; mentre, nella seconda condizione,
il sol fatto che 1/3 delle risposte, quelle "blu", erano
in linea con quelle della maggioranza (i soggetti ingenui, appunto),
aveva prodotto un drastico calo dell'influenza minoritaria, giudicata
quindi inconsistente, dall'8,42% all'1,25%.
L'intervista al termine delle prove aveva rivelato che i soggetti
maggioritari non avevano reagito negativamente di fronte alla minoranza,
e che non si erano sottomessi passivamente: nelle condizioni sperimentali,
infatti, i soggetti avevano pensato di vedere più sfumature
nelle serie di diapositive (ricordiamo, infatti, che nella scala
cromatica il blu e il verde sono colori facilmente confondibili).
In pratica, una minoranza dissidente aveva messo in moto nei soggetti
un lavoro "cognitivo", teso alla ricerca del perché
di questa differenza di percezione.
E' da rilevare, infine, che, sempre a seguito dell'intervista, i
collaboratori minoritari erano stati giudicati dal gruppo dei soggetti
ingenui come meno competenti di loro, ma, per contro, più
sicuri della loro "capacità". Segno che la minoranza
consistente aveva prodotto l'esito sperato [Doise - Deschamps -
Mugny op. cit., pp. 173-174].
12.2. La funzione della consistenza: genesi
del conflitto e della negoziazione
Perché la consistenza è considerata
essenziale per l'esplicarsi dell'influenza minoritaria?
Lo stile di comportamento consistente, come si è visto, è
caratterizzato essenzialmente dall'intransigenza della propria posizione.
Adottando uno stile del genere, la minoranza, ricorda Mugny, "rompe
dunque il consenso sociale, e questo a due livelli: da una parte
propone una norma nuova in contrapposizione alla norma maggiori-taria;
ma rompe anche il patto sociale secondo cui è il gruppo,
la maggioranza o l'autorità, a definire la norma" [op.
cit., p. 174].
Questa rottura del consenso genera anzitutto un conflitto sociale,
che scaturisce proprio dall'assenza di una comune norma nel gruppo,
e determina in genere la premessa per una ridefinizione dei rapporti
sociali.
Aggiunge Moscovici che "messi davanti a due giudizi incompatibili
in una situazione in cui uno solo dei due è accettabile (come
nel precedente esperimento), gli individui o perderanno la fiducia
in ciò che vedono e pensano o si preoccuperanno della validità
di ciò che l'altro vede o pensa. In ogni caso, questi individui
si sentiranno obbligati a chiarire la situazione fisica o sociale
diventata imbarazzante e a ristabilirne il consenso" [Moscovici
op. cit., p. 58].
Ogni membro del gruppo, continua l'autore, cercherà però
di non allontanarsi troppo dal proprio giudizio (le sfumature di
colore tra il blu e il verde percepite nell'esperimento prima citato
rendono bene l'idea), e di non perdere, quindi, in termini d'immagine
davanti agli altri. "Più un conflitto del genere sarà
acuto, ad esempio perché la minoranza si mostra molto impegnata
nella sua posizione e non dà segni di voler cedere, più
l'obbligo di risolvere tale conflitto sarà forte" [op.
cit.].
Tale conflitto, tuttavia, quando le situazioni sono molto distanti
(in tema, per esempio, di opinioni), può risolversi nel modo
più rapido attraverso la rottura di tutte le comunicazioni
tra la minoranza e il suo gruppo.
Nella maggior parte dei casi, però, secondo Moscovici, è
probabile che si verifichi una specie di compromesso tra le parti
dopo un processo di negoziazione (tacita), durante il quale "ciascuno
dei partecipanti (...) cerca di ristabilire il consenso sociale
senza fare troppe concessioni" [op. cit.].
In questa logica negoziale, un fatto interessante è che "la
direzione dei lavori" è affidata proprio alla minoranza,
e cioè a chi ha messo in moto il conflitto. Se tale conflitto
si intensifica, per via della forte consistenza manifestata dalla
minoranza, aumentano di regola l'incertezza e il dubbio all'interno
della maggioranza, e la minoranza premerà affinché
il gruppo riduca il disaccordo attraverso delle concessioni [op.
cit.].
L'analisi supposta dall'autore, e dimostrata in diverse indagini,
s'inquadra dunque in un vero e proprio processo di negoziazione,
nel quale l'influenza sociale può mettere in gioco non solo
uno scambio d'informazioni tra le parti, ma può anche generare
un processo di persuasione dell'una nei confronti dell'altra, proprio
per il fatto che l'obbiettivo prioritario è il ripristino
del consenso [op. cit.].
12.3. Consistenza e influenza
A questo punto, è necessario porci, con
Moscovici, un interrogativo: perché una minoranza consistente
è così influente nelle interazioni sociali?
Per l'autore la risposta fondamentale è che "la consistenza
(sia interna che sociale) gioca un ruolo decisivo nell'acquisizione
e organizzazione dell'informa-zione nell'ambiente materiale e sociale"
[op. cit., p. 63].
Per capirne di più, lo studioso, citando la famosa "teoria
dell'attribuzione" [Heider 1958; Kelley 1967], sottolinea che
"gli individui, quando interagiscono con altri individui o
hanno a che fare con degli oggetti, si impegnano in un processo
di deduzione che permette loro di individuare e liberare dalla massa
degli avvenimenti e dei comportamenti variabili quei fondamenti
che sono permanenti e invariabili" [op. cit., p. 63].
L'analisi di Kelley, in sostanza, parte da questa considerazione:
un individuo che osserva, per esempio, la reazione di un altro individuo
di fronte a un oggetto o a una situazione, cercherà di cogliere
le cause che sottendono a tale tipo di reazione (o effetto); ossia
cercherà di scoprire se questa reazione è causata
dalle "proprietà dell'oggetto" o dalle "proprietà
delle persone", ovvero dalla situazione. Per far ciò,
l'individuo può attenersi a 4 criteri: la particolarità,
la consistenza nel tempo, la consistenza in differenti situazioni
e il consenso.
L'individuo giungerà allora alla conclusione che il comportamento
ha come causa una proprietà di una persona se questa persona
reagisce alla stessa maniera a questo oggetto e a tutti gli oggetti
appartenenti alla stessa categoria (ipotesi di debole particolarità),
se la reazione a tale oggetto è la stessa indipendentemente
dal tempo o dalla situazione (ipotesi di forte consistenza), e se
la reazione all'oggetto differisce dalla maniera in cui tutte le
altre persone reagiscono allo stesso oggetto (ipotesi di debole
consenso).
Concluderà, invece, che il comportamento ha come causa una
proprietà dell'oggetto nel caso di una forte particolarità,
di una forte consistenza e di un forte consenso. Dedurrà,
infine, che il comportamento ha per causa una proprietà della
situazione particolare se vi è una debole particolarità,
una debole consistenza e un forte consenso.
Kelley evidenzia, però, che tali attribuzioni, nelle situazioni
di vita reale, non sono mai nette; anche se, in via generale, è
possibile dedurre dal comportamento d'un soggetto le cause che lo
motivano, siano esse cause di carattere personale o cause inerenti
all'oggetto ovvero alla situazione [cfr. Moscovici op. cit., pp.
63-64].
Tornando, ora, al discorso del perché una minoranza consistente
risulta influente, Moscovici ricorda che un comportamento consistente,
che rifiuta quindi il consenso, lascia supporre che tale comportamento,
se attribuito ad un solo individuo, sia da collegare ad alcune proprietà
dell'individuo che ne fa mostra. L'individuo in questione potrebbe
allora difendere una particolare posizione alla quale crede fermamente,
a prescindere dal tempo o dalla situazione. Il significato della
consistenza, a questo punto, può cambiare, se non uno ma
più individui minoritari mantengono lo stesso stile consistente,
perché, in tal caso, si sarebbe inclini a vedervi in loro
non soltanto una caratteristica della persona, ma una situazione
oggettiva e reale. E ciò perché il loro stile comportamentale
non è più soltanto identificato in una consistenza
"intraindividuale" (o interna), ma anche "interindividuale"
(o sociale), che rafforza pertanto la loro influenza sul gruppo.
La consistenza, in conclusione, quando si manifesta in questa duplice
modalità, può indurre altre persone a prendere in
seria considerazione il punto di vista della minoranza, per il semplice
fatto che essa stimola la ricerca di quelle proprietà anzidette
che motivano il suo comportamento.
In quest'ottica, dunque, l'influenza minoritaria si collocherebbe,
sul piano cognitivo, agli antipodi del conformismo, in quanto l'una
attiva il ragionamento, l'altro invece lo spegne.
12.4. I limiti della consistenza e l’importanza
di uno stile flessibile di negoziazione
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13. Percezione e categorizzazione dell'altro
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