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14. L'influenza delle minoranze: caratteristiche
ed effetti
E' opportuno adesso tracciare gli effetti caratteristici
di un processo d'influenza minoritaria, e procedere, ove possibile,
ad un confronto con lo stesso processo attuato da una maggioranza.
Premettiamo innanzi tutto che lo studio delle minoranze attive,
iniziato soltanto negli anni '70, è stato approfondito da
diversi studiosi che hanno, però, spostato l'attenzione dalle
"minoranze da laboratorio" alle "minoranze sociali"
[Moscovici 1978], coinvolte non più nella semplice valutazione
di stimoli della realtà fisica, ma in vere problematiche
sociali e politiche [Mucchi Faina 1996].
Per verificare i primi studi teorici di Moscovici sugli effetti
prodotti da gruppi minoritari, sono state condotte diverse indagini,
dalle quali ricaviamo quanto segue.
Una prima caratteristica attraverso cui si manifesta l'influenza
minoritaria è la "conversione", per mezzo della
quale le minoranze, quando si esprimono su una determinata tematica,
esercitano la loro influenza non in modo diretto ma indiretto, su
altre tematiche, per esempio, collegate alle prime da uno stesso
"principio organizzatore" [op. cit., p. 63].
Una ricerca di Perez e Mugny (1987) ha infatti rilevato un effetto
di questo tipo: alcuni studenti di sesso femminile, in Spagna, sono
stati invitati a leggere un messaggio a favore della legalizzazione
dell'aborto, contrario, in quel momento, sia alla legge che alla
morale di quel Paese. Questo messaggio è stato attribuito,
secondo le condizioni, o a un portavoce della maggioranza o ad uno
della minoranza. I soggetti sono stati inoltre invitati ad esprimere
il loro atteggiamento non solo sull'aborto, ma anche sulla contraccezione,
tematica considerata vicina per "tolleranza" alla prima.
I risultati di tale indagine hanno mostrato in sintesi che la maggioranza
ha ottenuto più consenso rispetto al messaggio dell'aborto
(influenza diretta), mentre la minoranza ha avuto scarso impatto
diretto, ma è riuscita a provocare un cambiamento nell'atteggiamento
dei soggetti verso la contraccezione (influenza indiretta) [op.
cit., p. 64]. Sulla base di tale indagine, l'influenza indiretta
si sarebbe manifestata "in modo trasposto" (vale a dire
su uno stimolo o problema diverso ma collegato al primo).
L'influenza può però assumere anche altre modalità.
Ad esempio, secondo le ricerche di Moscovici, Mugny e Papastamou
(1981), è stato possibile riscontrare un'influenza esercitata
"a scoppio ritardato" (in gergo "sleeper-effect"),
mediante la quale un individuo tende a far propria una posizione
espressa da una minoranza non immediatamente ma in tempi successivi,
allorquando si manifesti nella mente dei soggetti una dissociazione
tra il contenuto del messaggio e la sorgente. In tal modo il messaggio
viene interiorizzato essendo stato dimenticato che esso proviene
dalla minoranza [cfr. Aquaro, in Psicologia Contemporanea 1986,
p. 60].
L'influenza indiretta, inoltre, può esprimersi anche in "situazione
privata", quando cioè la fonte minoritaria è
assente, in condizioni di anonimato, e quando anche gli altri membri
del gruppo non ne vengono a conoscenza [Mucchi Faina op. cit., p.
64].
Un modo ulteriore poi per avvicinarsi alla posizione minoritaria
consiste nell'assumere non la posizione e le idee, ma il suo comportamento
(effetto c.d. "modellante"), applicandolo, però,
in altri contesti o ad altri contenuti [op. cit.]. Un'altra indagine,
infatti, ancora in tema di aborto, ha confermato come il movimento
femminista a sostegno della sua depenalizzazione ha costituito una
minoranza attiva, divenuta un esempio di dissidenza per tante donne
che, spinte dal desiderio di liberarsi dai "legami tradizionali",
hanno aderito ad esso non direttamente, ma nei fatti [Mucchi Faina
1996, pp. 64-65].
Ma perché le minoranze tendono, in genere, ad esercitare
un'influenza nascosta sugli individui?
Aquaro risponde all'interrogativo ricordando come, in un'ottica
in cui la conformità viene assunta a regola, "risulti
estremamente difficile, per i membri della maggioranza, l'identificazione
con una minoranza che appare deviante rispetto alle posizioni dominanti,
e viene stigmatizzata da tutti come tale" [Aquaro, in Psicologia
Contemporanea op. cit., p. 60]. Continua, infatti, la studiosa che
"il rifiuto di cedere apertamente all'influenza minoritaria,
anche nel caso in cui si è attratti dalle sue idee, deriva
proprio dal timore di essere categorizzati come devianti" [op.
cit.].
E Mucchi Faina conferma l'assunto, sottolineando che la conversione
(cioè l'influenza indiretta o nascosta) "si produce
quando le persone hanno un atteggiamento ambivalente nei confronti
della fonte: da una parte ne sono, in una certa misura, attratte
e affascinate; dall'altra, esse non vogliono acconsentire esplicitamente
perché temono che ciò possa ripercuotersi negativamente
sulla propria auto-immagine e sulla propria identità"
[Mucchi Faina op. cit., p. 133].
D'altra parte, ciò conferma il motivo principale che sottende
l'influenza minoritaria sugli individui. Come spiega la Faina, infatti,
questa influenza "sembra essere dovuta soprattutto al fatto
che le persone autonome e dissidenti sono in genere oggetto di un'ammirazione
più o meno consapevole da parte degli altri, proprio perché
mostrano di saper resistere alla pressione sociale, di avere coraggio,
di mantenere la propria indipendenza di giudizio e di pensiero"
[op. cit., p. 67].
Moscovici (1980) ha poi contrapposto la "conversio-ne",
come processo attuato dalla minoranza, alla "compiacenza"
(adesione pubblica senza accettazione privata), indotta, secondo
l'autore, frequentemente dalla maggioranza. La spiegazione dei diversi
effetti provocati dalle due fonti risiederebbe nell'attivazione
di due processi qualitativamente differenti: un processo di "confronto"
attuato dalla maggioranza, in virtù del quale l'attenzione
del soggetto si focalizzerebbe sulle differenze tra la sua posizione
e quella degli altri e sulle possibili conseguenze sociali del suo
disaccordo; e un processo di "convalida", indotto, invece,
da una minoranza, allo scopo di far presente all'attenzione del
soggetto un problema su cui la fonte ha preso posizione e sul quale
occorre fare una riflessione [cfr. Mucchi Faina op. cit., p. 65].
E' interessante a questo punto ricordare altri lavori, come quello
di Nemeth (1991), che ha analizzato l'influenza delle minoranze
attive in un'altra prospettiva: quella che coglie non tanto l'avvicinamento
di un soggetto alla posizione espressa da una minoranza, quanto
piuttosto la possibilità di questo di pensare e agire, grazie
ad essa, in modo personale e originale.
Come si è visto nella sezione seconda di questo lavoro, dedicata
al conformismo, una maggioranza tende a suscitare negli individui
un modo di pensare "convergente", mediante il quale un
individuo può adottare o rifiutare un punto di vista prevalente,
ma in ogni caso tende a valutare un problema dalla stessa prospettiva
assunta dalla fonte. Una minoranza, invece, produrrebbe un'attività
cognitiva "divergente", spingendo l'individuo a considerare
il problema non solo dal punto di vista della fonte (minoritaria),
ma da molteplici prospettive [cfr. Mucchi Faina op. cit., p. 65].
15. Fattori che facilitano o frenano l’influenza
minoritaria
Consulta la tesi integrale su TESIONLINE.IT
16. Minoranze attive e spirito del tempo
L'analisi sulle minoranze attive fin qui svolta
ha mostrato chiaramente il ruolo fondamentale esercitato dallo stile
di comportamento della fonte, in particolare dallo stile consistente
nei riguardi di individui che esprimono un modo di pensare e di
agire dominante. Così facendo, ci si è riferiti ad
una sola dimensione dello stile, e cioè a quella che Moscovici
chiama "simbolica".
Il carattere persuasivo di un determinato stile, però, può
dipendere anche da un altro aspetto non meno importante del primo:
il "contenuto" dell'atteggiamento posto in essere dalla
fonte, maggioritaria o minoritaria che sia [Moscovici 1986, p. 75].
Il messaggio, ossia "un'informazione che viene trasmessa a
voce, per iscritto, o per altro mezzo dalla fonte al bersaglio"
[Mucchi Faina 1996, p. 82], è stato oggetto di diversi studi
da parte dei ricercatori, con il fine di verificare quali siano
quei fattori che lo rendono più o meno persuasivo. Senza
addentrarci in questa ulteriore analisi, oggetto d'interessanti
scoperte, noi qui vorremmo piuttosto concludere mettendo in risalto
il rapporto esistente tra il contenuto di un messaggio e l'evoluzione
storica di un insieme di norme che mantengono in piedi una società.
Proprio su questo punto, infatti, Paicheler osserva come uno stile
comportamentale possa essere persuasivo nella misura in cui corrisponde
all'evoluzione delle norme, e ricorda ciò con una particolare
espressione: "lo spirito del tempo" [cfr. Moscovici op.
cit.].
Una minoranza attiva, dunque, che manifesta uno stile consistente
contrario allo spirito del tempo (privo, cioè, di concessioni
al vento della storia o alle mode del secolo), deve mettere in programma
la possibilità di un insuccesso, almeno temporaneo, perché
si scontra, nel suo agire, con un naturale effetto di repulsione
degli individui.
Una ricerca in proposito di Paicheler vale a dimostrare come il
carattere persuasivo delle norme sia legato alla direzione della
loro evoluzione.
L'indagine partiva col misurare gli atteggiamenti dei soggetti verso
le donne, e verificò che tutti erano largamente femministi.
Fu chiesto poi ai soggetti di discutere, in gruppi di 4 persone,
diverse questioni riguardanti l'emancipazione femminile e di arrivare
a una decisione unanime., scegliendo, tra molte, la soluzione che
sembrava loro migliore.
Dopo la discussione in gruppo, ogni soggetto era invitato, infine,
a riformulare la sua opinione personale sulle singole questioni
in precedenza affrontate. Vennero così formati un gruppo
di controllo, composto da 4 soggetti di sesso femminile, e due gruppi
sperimentali, formati da 3 soggetti sperimentali più un complice.
In entrambi i gruppi sperimentali, il complice adottava una posizione
estrema con uno stile consistente. Nel primo gruppo, però,
questi esprimeva una posizione orientata secondo la norma (posizione
femminista), mentre nel secondo prendeva posizione contro la norma
prevalente (posizione antifemminista).
I risultati, confermando le ipotesi iniziali, mostrarono che nel
primo gruppo il complice femminista aveva notevolmente facilitato,
nella discussione, l'accordo di gruppo su posizioni femministe estreme
(ciò avvenne nel 94% dei casi). Nel secondo gruppo, per converso,
il complice antifemminista che argomentava tesi estreme non consentì
ai membri dello stesso di raggiungere una decisione unanime (qui
il disaccordo raggiunse anch'esso il 94% dei casi).
Nella fase post-sperimentale, poi, quando i soggetti si trovarono
a dover rispondere in privato e da soli, si verificò che
quelli appartenenti al primo gruppo mantennero la posizione femminista
estrema sostenuta dal complice; quelli del secondo gruppo, invece,
dopo che il disaccordo iniziale tra i membri aveva prodotto una
leggera convergenza degli atteggiamenti verso un valore neutro,
tornarono essenzialmente ai loro atteggiamenti iniziali.
Questo perché, come sostiene Paicheler, una minoranza attiva
aveva portato avanti, nel primo caso, una posizione, sì,
consistente, ma legata comunque ad una evoluzione delle norme, che
procedeva verso una maggiore presa di coscienza del femminismo,
in linea, appunto, con lo spirito del tempo.
Altre ricerche, inerenti sempre a problematiche sociali [Mass e
collaboratori 1982, cit. in Moscovici op. cit.], hanno poi confermato
solo in parte questi risultati, apportando una ulteriore riflessione:
una minoranza che colga non solo lo spirito del tempo, ma che, sostenendo
una norma alternativa in modo consistente, non venga percepita dal
gruppo come direttamente implicata in una particolare tematica (come,
ad esempio, può essere la categoria più vasta delle
donne coinvolte sul problema dell'aborto), eserciterebbe una maggiore
influenza sul gruppo stesso che non una minoranza fortemente interessata.
Tale differenza d'influenza, conclude Moscovici, può comunque
verificarsi soltanto se lo spirito del tempo risulti favorevole
alla posizione espressa dalla minoranza [Moscovici op. cit., p.
77].
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